Archivio per la categoria ‘Archeologia’

Il codice delle piramidi,le verità inedite sulle origini delle misteriose costruzioni

Pubblicato da evidenzaliena su aprile 7, 2011

Questo straordinario documentario pone domande sullo scopo delle piramidi e contesta la storia tradizionale dell’ Antico Egitto.Vediamo rari filmati di 6 siti distinti delle piramidi vicino alla Grande Piramide con evidenza di una tecnologia superiore e di conoscenze sofisticate della scienza e del cosmo.

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Fonte:youtube – evidenzaliena

 

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Anomalie su Marte e tracce di vita nell’universo

Pubblicato da evidenzaliena su gennaio 8, 2010

Foto Nasa:la regione denominata Cydonia situata fra le alte Terre di Arabia e le basse pianure del nord.Tra le misteriose strutture scoperte nella zona emerge un particolare che somiglia incredibilmente ad un volto umano.

di Mauro Paoletti

Il pianeta rosso continua a mostrare immagini che lo ritraggono come un luogo abitato; sicuramente lo era in un tempo remoto, rimane da stabilire se lo sia ancora.

Strutture urbane, opere murarie e ingegneristiche, resti di viadotti, strani monumenti, volti e piramidi, emergono, scomodi fantasmi e unici testimoni ignorati, inascoltati, di un brano di storia celato fra le pieghe del tempo.Molte sonde sono state inviate a spiarne la superficie e cercare le tracce di vita intelligente. Le foto pervenute mostrano rovine e strutture definite da linee e angoli retti in molte aree del pianeta, evidenti segni di uno sviluppo artificiale. Dopo Marte, la sonda Phobos 2 iniziò a fotografare una delle lune marziane, quella dalla quale prese il nome. Mentre svolgeva questo compito interruppe misteriosamente le trasmissioni; era il 27.3.1989. La Tass scrisse: “Un oggetto sconosciuto si è avvicinato alla sonda prima che perdesse il contatto con il controllo a terra”.

Le foto di Phobos presentano un obelisco ed una piramide.Una delle ultime foto inviate presentava, vicino all’equatore del pianeta, un’ombra allungata di forma ellittica di circa trenta chilometri e larga uno e mezzo. L’ultima foto è stata mostrata nel 1991, dal colonnello dell’aeronautica Sovietica, Marina Popovitch, durante una conferenza a San Francisco. L’istantanea mostra un oggetto allungato simile ad un missile che va a schiantarsi contro la sonda. Non risulta chiara la provenienza dell’oggetto, ma resta il fatto che la sua forma è ben visibile ed ogni ipotesi diviene plausibile.La presenza di UFO intorno a Marte sembra accertata dalle foto scattate dalla stessa sonda che mostrano le ombre di oggetti volanti di notevole grandezza. Astronavi di grandi dimensioni come quella rilevata tempo fa davanti al nostro pianeta.

Si dice anche che Marina Popovitch abbia rivelato la penultima foto; ne esisterebbe ancora una mai vista che ritrarrebbe “qualcosa che non doveva essere lì”. Fra 27.000 immagini sono apparsi, in seguito ad alcuni ingrandimenti di una zona che alcuni considerano l’antico letto di un oceano sconvolto da qualche antico cataclisma, strani condotti che si perdono nel sottosuolo del pianeta; una serie di grossi collettori rinforzati; ancora intatti, in ottime condizioni, tanto da far sospettare possano essere tuttora funzionanti.Non si tratta di dune di sabbia o di qualche fenomeno geologico; neanche di rocce rese lucide dalla forza erosiva del vento che assumono forme brillanti sul suolo marziano.L’apparente traslucida composizione di queste strutture è interamente estranea alla geologia e topografia del luogo. È fuori dubbio si tratti di qualche genere di costruzione.

Attaccate l’una all’altra, rotonde e lucenti al punto di giunzione dimostrano che si tratta di oggetti resistenti in contrapposizione a naturali formazioni geologiche. La lucentezza del materiale li rende simili a tubi di vetro. Corrono lungo una crepa dell’antico piano di un ipotetico oceano. Rinforzati a distanza regolare da archi cilindrici, ben evidenziati sul terreno, diversi dalla conformazione di questo, uguali fra loro e parte sostanziale della struttura.La foto che evidenzia il particolare dei due tubi posti uno sopra all’altro fornisce, forse, la prova più evidente di qualcosa di altamente tecnologico, dato che risulta chiaramente visibile una banda intorno ad entrambe le strutture nel punto di giunzione per rinforzarne la connessione.Osservando le foto possiamo vedere altre fenditure nel terreno dalle quali a tratti affiorano appena alcune strutture; fornendo l’idea di giganteschi collettori artificiali di un sistema probabilmente usato per attingere acqua dal sottosuolo.La forma tubolare delle strutture e il fatto che siano state situate in un punto ben preciso suggerisce possa trattarsi di un sistema di trasporto.

I segni di erosione intorno alle strutture non sono prodotti dal vento ma dall’acqua, che può essere finita nei sotterranei marziani Gli esperti sono convinti che la fenditura non sia stata prodotta dall’erosione di un fiume, ma da una mole di acqua più consistente come quella di un mare.Se il luogo è, per così dire, il bacino di un antico mare e se le strutture sono in eccellenti condizioni, allora è possibile che queste, originariamente, siano state erette in un antico mare poco profondo.Da qui l’ipotesi di un sistema simile a quelli usati sul nostro pianeta per desalinizzare l’acqua di mare. La membrana, visibile tra gli archi, infatti può permettere l’accesso all’acqua ma non ai solidi, sali e altri residui in essa contenuti.La messa in opera dei “tubi” in quel preciso luogo può essere stata scelta dai costruttori come la miglior locazione per l’accesso all’ultima acqua.Il suolo è composto da rocce di granito poroso e fine sabbia, segno che un tempo nella zona vi era molta vegetazione e quindi acqua.

Tutto questo avvalora la teoria che le strutture facciano parte di un gigantesco sistema di trasferimento dell’acqua.Si nota inoltre che la grande fenditura è allineata con la più evidente anomalia. Sembra che le strutture possano aver indebolito il suolo dove erano poste contribuendo allo sprofondamento.Nella stessa area, a destra delle anomalie, esiste un grandissimo cratere formatosi in seguito all’impatto di una grossa meteora, che forse ha causato la progressiva scomparsa dell’oceano nel sottosuolo.Qualcuno ipotizza possano anche essere i resti di qualche genere di radici giganti, quel che rimane di qualche verme o creatura marina sconosciuta, oppure la loro secrezione rimasta nella tana.Se così fosse, dato che resti organici non possono rimanere cosi a lungo in eccellenti condizioni, mostrando un tessuto duro, traslucido e di qualità, dovremmo ripartire da zero nello studio della vita e riconsiderare tutte le cose fin qui apprese.Quindi questi resti, un tempo subacquei o sotterranei, erano utilizzati come impianto per il trasporto di acqua, veicoli oppure persone. Inoltre, apparentemente, dalla sola osservazione delle foto e purtroppo non da un diretto rilevamento in loco, sembra che l’abbassamento non abbia danneggiato le strutture, esteriormente in buone condizioni, provviste di una robustezza e resistenza inconcepibile per noi.

Può anche darsi che la lucidità sia la caratteristica del materiale consistente e durevole usato, a noi sconosciuto; ma tale lucentezza può indicare anche un genere d’illuminazione artificiale derivata da un processo tecnologico avanzato. Questo implica che l’impianto possa essere ancora funzionante e i costruttori in vita. Artefici sconosciuti perché siamo nell’impossibilità di stabilire quando sia avvenuta la messa in opera della costruzione.Senza accorgersene stiamo parlando di vita intelligente e di acqua che può ancora esistere sotto il suolo di Marte.Fantasie o cattiva speculazione, ma gli occhi osservano qualcosa che difficilmente si può spiegare in un modo diverso.A tale proposito dobbiamo puntualizzare che nel 1980 un membro della NASA rilevò in due foto una sorgente di acqua. Le immagini furono pubblicate in un libro e i dati furono accettati dalla NASA che, da allora, ha tenuto deliberatamente coperto il tutto.

Da questo punto di vista Marte continua a rivelare molti particolari sconcertanti: un cilindro o un oggetto rotondo dentro un cratere; due oggetti rettangolari uniti assieme come un martello, una superficie che presenta una strana linea curva, simile alla parte anteriore di una conchiglia, che fa pensare al mascheramento dell’ingresso di ambienti sotterranei. Suggestive tracce lineari parallele nella “Nirgan Vallis” suggeriscono il trasporto di pesanti macchinari.Chiara, innegabile, la punta di un tetraedo, le cui effettive misure sono solo immaginabili visto che la sua base è protetta da milioni di anni dalla sabbia adagiata ai suoi lati. Potrebbe essere più grande della Grande Piramide di Giza.In una delle tante foto si osserva un fascio di luce che fuoriesce da una collinetta, parte esterna e finale di un tunnel, in un’altra una potente sorgente luminosa, prove lampanti circa l’uso di moderne tecnologie.Ben riconoscibili le sedi di agglomerati urbani; la zona di Cydonia è la più famosa con le piramidi e la sua enigmatica faccia, altrettanto la “Città Inca” qui visibile anche in una immagine ravvicinata; ma vi sono altre zone che mostrano reticolati tipici dell’urbanizzazione del territorio come la grande struttura urbana vicino ad “Ares Vallis“.

Non meno intrigante la regione di “Syrtis Planum“, ove appare una estesa zona con molte formazioni geologiche difficilmente classificabili come formazioni naturali e che fanno pensare ad i resti di una zona urbanizzata. A tale proposito vale ricordare quanto affermato da Sitchin, dopo aver osservato le foto della sonda Phobos 2; egli ha osservato simili strutture in molte zone di Marte e non ritiene che costruzioni delineate da angoli e linee rette possano essere naturali ma piuttosto artificiali.Molti libri riproducono la foto del Mariner 9, N. 4209-75, classificandola “Terminal di un aeroporto“, che occupa un area di 25 km2. Sempre dal Mariner 9 giunge la foto pubblicata da Carl Sagan nel suo libro Cosmos che riprende alcune piramidi in una zona di Marte. Sembra che le piramidi siano le costruzioni più numerose sulla superficie marziana.

Ovviamente “qualcuno” parla di immagini distorte, ritoccate, truccate, ma le foto sono state estrapolate direttamente dai siti MSSS della NASA.Attraverso quelle immagini riaffiorano, dalle sabbie marziane che le ricoprono, astronavi di grandi dimensioni, immobili testimonianze di civiltà perdute.Dagli archivi del MSSS, Efrain Palermo ha estratto la foto di una nave spaziale di forma triangolare insabbiata in una vasta area pianeggiante e desertica.Nell’osservazione della prima foto in alto a sinistra, risulta evidente che lo scafo ha effettuato un atterraggio di fortuna forse in seguito ad un’avaria, impattando duramente al suolo. La sua lunghezza raggiunge i cento metri. Gli esperti suggeriscono che la sua direzione viene indicata dalla zona più chiara, a forma di ventaglio aperto, effetto dell’esplosione avvenuta nel lato destro del velivolo. La zona indica la diffusione dei detriti in seguito allo scoppio. La nave proveniva dal lato superiore sinistro ed era diretta vero il lato in basso a destra.

Nella zona più chiara, segnata dai detriti, si nota un lato e il dietro dell’oggetto; è ben visibile anche la vera scia lasciata sul terreno dalla manovra d’atterraggio, indicata da solchi paralleli e causata dal sistema di propulsione. Sul lato destro un prolungamento sospeso proietta un ombra sulla superficie marziana, ed al centro dello scafo una croce scura, poco al di sopra di una depressione, forse causata dall’esplosione. L’astronave ricorda il TR-3B fabbricato a metà degli anni ottanta a Groom Lake su progetto finanziato dal NRO, NSA e CIA. Edgard Fouche ha dichiarato che il TR-3B è frutto di retro ingegneria aliena; misura 180 metri ed è provvisto di un rivestimento esterno capace di modificare il potere riflettente, assorbe il radar e lo inganna celandosi ad esso, o facendo in modo che lo strumento rilevi informazioni errate. Dotato di un anello circolare che circonda l’equipaggio, riempito di plasma basato sul mercurio che come superconduttore altera la gravità interrompendone l’attrazione. Ha fatto gridare all’ufo per molti anni; basta ricordare gli avvistamenti di velivoli triangolari in Belgio e nei pressi dell’Area 51.

Un altro oggetto volante “alieno” lo si osserva nella foto che ritrae il sistema di canyon della “Valle Marineris”. Apparso anni fa nel sito The Enterprie Mission di Hoagland a firma di Michael Bara. Di forma ovale, simile al guscio di una testuggine o di un grosso trilobite preistorico, misura novecento metri di lunghezza, nove di larghezza e trentasei di altezza. Viene classificato come una nave spaziale da crociera utilizzata per scopi turistici perché la zona di Marineris è in effetti stupefacente e si presta a visioni panoramiche da mozzare il fiato. Se in tempi remoti Marte era un pianeta simile alla Terra l’effetto doveva essere straordinario.Sono visibili enormi finestre di nove metri per trentasei nella parte anteriore, si nota la dorsale aerodinamica centrale. Dai segni di erosione gli esaminatori hanno stimato che la nave si trova in quel punto da centinaia di migliaia di anni, costretta ad un atterraggio forzato in seguito ad un’avaria. Si è ben preservata perché il canyon l’ha protetta dal vento. Al suo interno potrebbe essere tutto come lo era al tempo dell’impatto e qualche Indiana Jones sogna di mettere piede su quell’astronave.

Possiamo affermare che si tratta di scafi alieni perché ipotizzare che astronauti russi o americani siano giunti sul pianeta e abbiano subito incidenti in fase di atterraggio, è pura e semplice fantascienza. L’attuale tecnologia terrestre, quantomeno quella nota, non è idonea a trasportare gli uomini e i mezzi necessari a instaurare una base su di un lontano pianeta della nostra galassia.Chi dunque abitava, o abita, su Marte? Una sconosciuta razza aliena, forse sterminata da guerre o da cataclismi? Gli Annunaki, menzionati da Sitchin nei suoi libri, che colonizzarono la Terra per sfruttarne le risorse minerarie e crearono l’uomo, attraverso una manipolazione genetica, per servirsene? Oppure gli antichi abitanti erano i nostri antenati? Eric Von Daniken sostiene che sul nostro pianeta giunsero i superstiti di una cruenta guerra costretti a nascondersi ai nemici nel sottosuolo terrestre. Siamo noi i sopravvissuti del pianeta rosso?Si aprono scenari fantascientifici che generano solo speculazioni, ma sembra certo che intorno al pianeta vi sia “qualcuno” che cerca di impedire alle sonde di carpirne i segreti. Molte le domande cui gli addetti devono rispondere. Difficilmente si può parlare di mistificazione, quindi è obbligatorio fornire altri dettagli; finiamola con le commedie, gli insabbiamenti e i sotterfugi, è il momento di informare seriamente l’opinione pubblica.

…NON SIAMO SOLI…

Fonte:edicolaweb.net – youtube

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Scoperta la leggendaria El Dorado,la mitica città d’oro

Pubblicato da evidenzaliena su gennaio 8, 2010

La mitica città d’oro è finalmente venuta alla luce nel Brasile occidentale vicino al confine con la Bolivia

La leggendaria El Dorado esiste davvero. La mitica città d’oro alla cui ricerca partirono prima i conquistadores e poi diversi esploratori trovando la morte nella foresta amazzonica, è finalmente venuta alla luce nel Brasile occidentale vicino al confine con la Bolivia, grazie a nuove immagini satellitari e a fotografie aeree di zone disboscate per far posto ai pascoli. Secondo quanto riporta oggi la rivista britannica Antiquity, si tratta di oltre 200 strutture circolari e poligonali, disposte in una precisa rete geometrica che si estende per una lunghezza di oltre 250 chilometri.

Secondo gli scienziati che hanno mappato la rete di muri e trincee che collegano gli edifici, quanto scoperto finora potrebbe essere soltanto un decimo di quanto fu costruito da una complessa e finora sconosciuta civiltà precolombiana esistita per almeno un migliaio di anni. Alcune delle strutture risalgono infatti al 200 d.C., altre al 1283 e gli studiosi credono che potrebbero esserci ancora circa 2.000 edifici nascosti sotto la fitta giungla. Secondo alcuni antropologi, la costruzione di una rete così estesa, sofisticata dal punto di vista ingegneristico e ricca di canali e di strade, sarebbe paragonabile in quanto a scala e difficoltà a quella delle piramidi in Egitto. Molte delle strutture rinvenute sono simmetriche e inclinate verso il nord, facendo presupporre che avessero un significato astronomico. A stupire i ricercatori è stato soprattutto il fatto che le strutture delle pianure sono identche a quelle delle aree collinari, indicando quindi che si trattava della medesima civiltà. “Nell’archeologia dell’Amazzonia si ha questa convinzione che diverse civiltà abbiano abitato in diversi ecosistemi.

E’ stato quindi strano scoprire una civiltà in grado di trarre vantaggio da ecosistemi diversi e di espandersi su una regione così grande”, ha dichiarato Denise Schaan, una delle autrici dello studio. La scoperta della città perduta contraddice quanto sostenuto fino ad ora, ovvero che i suoli di questa parte dell’Amazzonia sarebbero stati troppo poveri per sostenere una civiltà agricola e che ad abitarli siano stati soltanto tribù primitive. I conquistadores che raccontarono di aver trovato “città risplendenti di bianco” nascoste nella giungla forse quindi avevano detto la verità. Ma furono forse proprio loro a introdurre le malattie e a mettere in moto la serie di catastrofici eventi che consegnarono all’oblio una complessa civiltà e le sua città perduta.

Fonte:ansa.it



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La civiltà degli Anasazi,un popolo venuto dalle stelle

Pubblicato da evidenzaliena su giugno 29, 2009

Le città stellari degli Anasazi (100 a.C. – 1600 d. C.)

Le "città stellari" degli Anasazi

Mentre Maya ed Incas sostenevano di proteggere una conoscenza “donata dagli dèi”, un popolo amerindio, chiamato Anasazi, cioè “antichi stranieri”, sosteneva addirittura di essere frutto di una “discendenza stellare”. Edificarono pochi villaggi durante la loro breve permanenza nel corso della storia, con lo scopo di lasciare un monito eterno ai posteri.

LA SCOMPARSA DEGLI ANASAZI

Per molti si tratta del più importante mistero archeologico del Nord America. Ed è difficile pensare il contrario quando si inizia a conoscere la storia degli Anasazi, un popolo che ha lasciato tracce di una grande civiltà qui, nel New Mexico, prima di scomparire misteriosamente, circa 800 anni fa…

Chi erano? Che funzione avevano i loro enormi kivas? Cos’era per gli Anasazi Pueblo Bonito? Quali segreti del cielo e della terra conosceva questo popolo? Cosa li indusse ad abbandonare improvvisamente Chaco Canyon?

Pueblo Bonito nel ChacoCanyon è un grande complesso a forma di ferro di cavallo, edificato nel 1100 d.C. e composto da 700 stanze

Pueblo Bonito nel Chaco Canyon è un grande complesso a forma di ferro di cavallo, edificato nel 1100 d.C. e composto da 700 stanze

Pueblo Bonito è il sito più noto di Chaco Canyon, nell’estremo nord ovest dello stato americano del New Mexico. Chaco Canyon è un canyon lungo circa 19 chilometri e largo poco più di un chilometro e mezzo. Pueblo Bonito è il sito più grande di tutta l’area abitata un tempo dagli Anasazi. Posto all’estremità nord del Chaco Canyon, Pueblo Bonito lascia ancora oggi in dubbio gli studiosi sulla sua natura: era la capitale di questo misterioso popolo oppure era il più importante centro religioso dell’area? Gli Anasazi sono scomparsi senza lasciare niente di scritto, non sappiamo neanche se usassero la scrittura o meno. Dobbiamo quindi affidarci a quanto gli archeologi hanno capito dalle pietre e dalle costruzioni rimaste.

Sugli Anasazi si sono dette molte cose da quando, nel 1888, due cow boy capitarono casualmente nel Chaco Canyon, all’epoca in una zona abitata dai pericolosi Navajos. E proprio ai Navajo è legato uno degli errori più diffusi sugli Anasazi, popolo che prende il suo nome proprio da una parola Navajo che significa “antichi” e non come a volte si è detto “i nemici” . In passato, anche di recente, per raccontare le vicende degli Anasazi si è lavorato molto di fantasia: li si è fatti diventare cacciatori di bisonti, animali che invece popolavano zone lontane da qui, mentre erano raffinati contadini; si li si è fatti montare a cavallo anche se i primi cavalli arrivarono in America con gli spagnoli, più di due secoli dopo la “scomparsa” degli Anasazi; si son fatte risalire le loro origini a circa 6.000 anni fa mentre le prime notizie certe di questo popolo risalgono a più o meno 2.000 anni fa.

Le costruzioni di Pueblo Bonito raccontano una breve storia: questo complesso venne eretto tra il Mille e il 1150 d.C. Si trattava di un’unica costruzione a ferro di cavallo composta da circa 700 stanze, tutte più o meno delle stesse dimensioni e distribuite su quattro piani. Si calcola che nel momento di maggior splendore ci vivessero oltre mille persone L’aspetto uniforme delle stanze e l’assenza di mobili e arredi hanno fatto in un primo tempo pensare ad una società priva di gerarchie sociali ma c’è chi crede che Pueblo Bonito fosse una specie di enorme convento, destinato ad ospitare la casta sacerdotale degli Anasazi, un popolo ossessionato dal cielo ma anche dalle energie della terra. A questo aspetto della religione degli Anasazi ci riporta anche uno degli aspetti più impressionanti di Pueblo Bonito: i giganteschi kiva, queste enormi fosse perfettamente circolari tipiche di ogni insediamento Anasazi. La caratteristica di Pueblo Bonito è però il numero delle sue kiva, ben 37. Nessun altro sito ne ha così tante. Ma per capire meglio cosa fossero le kiva lasciamo Pueblo Bonito per raggiungere “Casa Rinconada”. Si tratta di una delle più grandi kiva di tutto il Chaco Canyon, con i suoi 20 metri di diametro e i quasi cinque di profondità. Una gigantesca fossa perfettamente circolare che, a differenza delle altre kiva, non è inserita in un centro abitato ma è posta in cima ad una collinetta a mezzo miglio da Pueblo Bonito.

I Kiva sono delle fosse perfettamente circolari, presenti in tutti gli insediamenti Anasazi

I Kiva sono delle fosse perfettamente circolari, presenti in tutti gli insediamenti Anasazi

Ma a cosa servivano dunque le kivas? Erano fosse, per lo più perfettamente circolari e forse coperte da tetti in legno, utilizzate per riunioni e cerimonie sacre. Al centro c’era sempre un foro nel pavimento. Gli Anasazi, molto attenti alle forze della natura, ritenevano non solo che da quel foro ci si potesse mettere in contatto con gli spiriti degli antenati ma anche con le forze del centro della Terra. Non a caso si è osservato come gli Anasazi abbiano costruito insediamenti e kiva vicino a luoghi particolari, cosiddetti “vortici”, luoghi dove si sprigionerebbe una forza tellurica, chiamata “vortice” perché quando si sprigiona ha la forma di spirale.

Al centro delle kiva c’era sempre anche un focolare. Un particolare che richiama alcune recenti scoperte. Come abbiamo detto sugli Anasazi si son dette spesso delle inesattezze ma una cosa sembra ormai assodata. Gli Anasazi praticavano il cannibalismo. L’ipotesi, avanzata già negli anni Sessanta sulla base del ritrovamento di alcuni crani fratturati e di ossa svuotate del midollo, è stata confermata recentemente sia tramite l’esame di alcune feci umane fossili all’interno delle quali sono stati ritrovati i resti di materiale organico umano sia grazie all’uso del microscopio elettronico. Esaminando alcuni resti di ossa si è potuto appurare che alcune di queste erano state sottoposte a cottura. Inoltre, da una pentola sono emerse tracce di mioglobina umana, una proteina presente nel cuore e nei muscoli.

Un’altra caratteristica di Casa Rinconada è il suo allineamento astrale. Sembra infatti che il sole, al momento dell’alba del solstizio d’estate, vada ad illuminare, attraverso una finestra posta sul muro a nord-nord est, una nicchia posta all’interno della kiva.

Gli Anasazi erano ossessionati dalle stelle e dal cielo. Di questo abbiamo infinite prove, tante quante sono le costruzione lasciate da questo popolo. Infatti una caratteristica comune a case, villaggi, kiva e villaggi è che sono quasi sempre allineate ad un determinato fenomeno astronomico. La conoscenza che gli Anasazi avevano dell’astronomia lascia ancora oggi sorpresi: uno degli esempi più clamorosi della loro sapienza è rappresentata da questa strada, la Grande Strada del Nord”.

Gli Anasazi costruirono molte strade, per un totale di circa 300 chilometri. Ciò che più colpisce è che molte di queste strade non portano da nessuna parte, non uniscono necessariamente tra loro villaggi e kivas ma portano semplicemente a particolari conformazioni geologiche, a sorgenti d’acqua o semplicemente a nulla.

Strade quindi costruite presumibilmente a scopo rituale, per condurre a luoghi sacri dove depositare offerte o celebrare cerimonie.

La Grande Strada del Nord di Pueblo Alto

La "Grande Strada del Nord" di Pueblo Alto

La “Grande Strada del Nord” partendo da Pueblo Alto, sulla Mesa che sovrasta Pueblo Bonito, si dirige per tre chilometri a 13 gradi ad est del Nord per poi disporsi esattamente in direzione nord per 20 chilometri con uno scarto di solo mezzo grado. Per capire la straordinarietà di questo allineamento bisogna pensare che una precisione del genere sarebbe difficile anche usando una bussola, che gli Anasazi non conoscevano. Oggi, per raggiungere risultati migliori di questo bisogna ricorrere alla tecnologia satellitare GPS, tecnologia che vanta poco più di 20 anni di vita!

La più nota studiosa della cultura del Chaco Canyon, Anna Sofaer, ritiene addirittura che tutte le maggiori costruzioni degli Anasazi presentino correlazioni con i movimenti tanto del Sole che della Luna sotto almeno tre punti di vista: il loro orientamento, le geometrie interne e le relazioni geografiche tra i vari siti. Uno sforzo immenso che ha segnato tutta la storia Anasazi: la loro vita e la loro fine…

Uno dei cow boy che scoprirono Chaco Canyon poco più di un secolo fa, Alfred Witherhill, raccontò del suo stupore nel aggirarsi per le case degli Anasazi:

“Quando entrammo nel Navajo Canyon e scoprimmo le rovine, riportammo il nostro mondo indietro di un numero imprecisato di secoli. Tutto era intatto, esattamente come era stato lasciato dagli abitanti originali. Gli oggetti erano sistemati nelle stanze come se le persone fossero appena uscite per far visita ai loro vicini. Esemplari perfetti di stoviglie erano adagiati a terra mentre utensili di ferro e altri attrezzi domestici si trovavano lì dove le donne Anasazi li avevano usati per l’ultima volta”.

La mesa verde,villaggio sotto la roccia in cui si rifugiarono gli Anasazi dopo le incursioni degli Atapasca, cioè dei Navajo e degli Apaches

La mesa verde,villaggio sotto la roccia in cui si rifugiarono gli Anasazi dopo l'abbandono delle terre in cui avevano vissuto per oltre mille anni.

Intorno al 1200 d.C. è successo qualcosa, in queste terre, che determinò il repentino abbandono da parte degli Anasazi della zona che avevano abitato per oltre mille anni. Accadde qualcosa che ancora non sappiamo ma che si rivelò decisivo, inducendo una popolazione di alcune migliaia di persone ad abbandonare quasi dal giorno alla notte le proprie case per spostarsi, inizialmente di alcuni chilometri a nord e, circa un secolo più tardi, per quasi 500 chilometri verso sud. Il problema della scomparsa degli Anasazi è ancora aperto. Tuttavia sono tre le principali ipotesi intorno alle quali si discute:

Mutazioni climatiche: Un più o meno improvviso cambiamento delle condizioni climatiche avrebbe causato una serie di carestie che avrebbero stravolto culture e allevamenti;

Necessità strategiche: Popoli vicini, meno civili ma più aggressivi, avrebbero, con continue invasioni, indotti gli Anasazi a spostarsi più a Sud. A sostegno di questa tesi c’è la parziale fortificazione dei siti di Mesa Verde, all’estremo nord dell’area della “Cultura Chaco”;

Decisione rituale: Motivazioni religiose magari causate dall’interpretazione di alcuni movimenti astrali, avrebbero spinto questo popolo religiosissimo a spostarsi per sempre, o comunque, anche se sulla spinta di motivi contingenti, a muoversi secondo un preciso copione.

E forse, proprio la spiegazione che a noi, uomini del Terzo millennio, sembra la più fantasiosa, potrebbe essere quella più logica. E non solo perché è quella che si collega meglio a quella che gli archeologici, basandosi sullo stato delle case al momento della loro scoperta, chiamano “Evidenza archeologica di un rapido spostamento”.

Ma anche perché, una volta presa la decisione – qualunque sia stato il motivo – di migrare verso sud, gli Anasazi lo fecero coerentemente con la loro cultura astronomica. Infatti la destinazione del loro migrazione finale sia stata la zona di Casas Grandes, nello Stato di Chihuahua; Ebbene Casas Grandes è esattamente sullo stesso meridiano di Chaco Canyon, il 108°.

Non solo, anche altri centri abitati dagli Anasazi dopo l’abbandono di Chaco Canyon (Atzec ruins e Salomon Ruins), benché a Nord dello stesso Chaco Canyon, sono a loro volta allineati sempre lungo il 108° parallelo.

Nessuno, ancora oggi ha saputo spiegare come questo antico popolo abbia potuto spostarsi, per oltre 600 chilometri, con tanta precisione lungo l’asse nord-sud.

Fonte:Voyager (Raidue.rai.it);youtube;evidenzaliena

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Una stele di Rosetta per decifrare la lingua di Harappa

Pubblicato da evidenzaliena su aprile 26, 2009

Simboli e iscrizioni appartenenti alla civiltà degli Harappa

Simboli e iscrizioni appartenenti alla civiltà degli Harappa

Uno studio statistico sulle iscrizioni dell’antichissima civiltà di Harappa potrebbe rappresentare la prima tappa per la loro decifrazione

Uno studio statistico sulle iscrizioni dell’antichissima civiltà di Harappa potrebbe rappresentare la prima tappa di una nuova “stele di Rosetta” per decifrarne il significato, finora rimasto inesorabilmente celato. “Le iscrizioni dell’Indo sono note da almeno 130 anni, ma nonostante centinaia di tentativi non sono mai state decifrate. Nella presunzione che esse codifichino comunque un linguaggio”, ha osservato Rajesh Rao, dell’Università di Washington (UW), che ha coordinato lo studio, ora pubblicato su “Science”. Una presunzione che era stata messa in dubbio nel 2004 da tre studiosi americani – Steve Farmer, Richard Sproat e Michael Witzel – secondo i quali si trattava solo di brevi pittogrammi privi di contenuto linguistico.Ora il gruppo di matematici e informatici dell’UW è riuscito a dimostrare che quelle iscrizioni codificano effettivamente un linguaggio.La civiltà di Harappa era formata da popoli della valle dell’Indo che fra il 2600 e il 1900 a.C. abitavano la regione corrispondente all’odierno Pakistan orientale e all’India nordoccidentale. Contemporanea a quelle egizie e mesopotamiche, anche la civiltà della Valle dell’Indo era altamente urbanizzata e ha lasciato numerose iscrizioni simboliche su amuleti, ceramiche e tavolette. Lo studio attuale ha confrontato una nota compilazione di testi di Harappa con campioni linguistici e non linguistici. I ricercatori hanno in particolare eseguito calcoli per valutare la casualità condizionale nell’ordine dei simboli su testi in inglese contemporaneo, sulla lingua sumera parlata in Mesopotamia all’epoca della civiltà dell’Indo, testi in antico Tamil, una lingua dravidica che alcuni avevano ipotizzato essere correlata alle iscrizioni dell’Indo, e l’antico sanscrito. Successivamente hanno ripetuto i calcoli per campioni di simboli che non appartengono a linguaggi parlati, in uno dei quali la disposizione dei simboli era del tutto casuale, mentre in altri seguivano ora una disposizione rigidamente gerarchica, ora mimavano la sequenza delle basi sul DNA, ora seguivano l’ordine di un linguaggio artificiale come il Fortran, e così via. I risultati del confronto hanno mostrato che le iscrizioni dell’Indo ricadono nella media di quelle tipiche dei linguaggi parlati e differiscono sensibilmente dai sistemi non linguistici.”Vogliamo proseguire su questa strada maestra e ci piacerebbe riuscire a crackare il codice. Ora intendiamo analizzare la struttura e la sintassi delle iscrizioni per inferirne delle regole grammaticali”, ha concluso Rao.

Fonte:lescienze.espresso.repubblica.it

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Teschio scoperto in Messico:possibile “ibrido” extraterrestre

Pubblicato da evidenzaliena su aprile 4, 2009

Comparazione tra il teschio ibrido e quello umano

Comparazione tra il teschio "ibrido" e quello umano

L’enigmatico cranio rinvenuto nel 1930 in Messico, a circa 100 miglia a sud-ovest da Chihuahua,in prossimità di un galleria mineraria,sembra aver riacceso la questione sulla sua reale provenienza;i test effettuati recentemente infatti attribuiscono il teschio ad un bambino di circa 900 anni fa,di madre umana,ma appartenente ad una specie sconosciuta.Sono stati effettuati esami comparativi con un normale cranio umano e sono state rilevate alcune diversità riguardo la forma delle orbite e la loro profondità evidentemente differente dalla normale concezione genetica.Il famoso ricercatore e scrittore Lloyd Pye ritiene che questo cranio appartenga ad un essere da lui definito “ibrido”;inoltre ha condotto test a raggi x,datazioni al radiocarbonio ed test sul DNA,a prova di quanto afferma.Per confermare la presenza del gene “alieno” all’interno del cranio, questo è stato analizzato inoltre da 11 specialisti differenti;le conclusioni sono state che la morfologia di quest’ultimo è unica,come l’analisi effettuata dai ricercatori in 40 anni di esperienza.Il reperto,poco considerato all’inizio ora assume un interesse rilevante per la comunità scientifica e i suoi studi.

Articolo originale in lingua inglese su:thaindian.com

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